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Psicoterapia e Teatro
"Ogni bambino è un artista, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti" Picasso
Da bambini agivamo una "spontaneità primaria" che non aveva bisogno di nessun apprendimento in cui la comunicazione arrivava immediata; da adulti quella spontaneità è spesso perduta, e la meta possibile è una "spontaneità secondaria" basata sull'unione fra tecnica, autenticità e capacità di contatto. Immagino a rappresentarla un violinista che a poco a poco incanta e rapisce il pubblico con le sue note, o un incontro psicoterapeuta-paziente dove l'intensità della relazione diventa trasformatrice, o due attori che improvvisano e per creare fra loro una connessione veridica devono dimenticare la tecnica dopo averla appresa.
Il teatro rappresenta la prima forma di terapia sperimentata dall'uomo fin dai tempi più remoti poiché offre la possibilità di ampliare gli orizzonti, attivando risorse ed energie precedentemente bloccate. Il suo potere terapeutico sta nell'imparare a "empatizzare", a mettersi nei panni dei propri personaggi interni e dei personaggi "altro" da sé che nella vita si incontrano. Immedesimarsi nei propri ed altrui personaggi per metterli in scena significa essere disposti a conoscere e accettare se stessi così come si è, ma con una disposizione interiore proiettata al cambiamento e alla rimozione di vecchie e consolidate abitudini, per accogliere la trasformazione interiore.
L'improvvisazione teatrale consiste nel mantenersi disponibili creativamente: le persone sono in contatto e la trasformazione deriva da un'azione che cambia l'emozione dell'altro e il suo agire. Se come attore ho bisogno di accettare l'altro e dimentico me stesso offro dipendenza e non creo nulla, se invece pur essendo in sintonia con l'altro rimango centrato sulle mie intenzioni, la relazione continuerà ad essere energeticamente viva. L'unico modo per creare trasformazione è proporre quello che desidero, non per soddisfare le mie aspettative o quelle dell'altro, ma per creare una possibilità che contenga entrambe.
Questi sono spunti interessanti per chi fa psicoterapia. Spesso le persone si impegnano in percorsi di crescita per dare senso ai conflitti e trasformare il caos che stanno vivendo in ordine e armonia. Il processo terapeutico può aiutare la trasformazione di una persona sofferente e insoddisfatta del vivere, in una persona partecipe e responsabile del rinnovamento umano.
Il terapeuta inizialmente sostiene il paziente sulla scena (setting) per aiutarlo a superare il senso di vuoto, confermandolo nel suo agire, osservando la comunicazione a tutti i livelli dell'esperienza: sensoriale, corporea, emozionale, verbale, cogliendo i momenti in cui stimolare senza bloccare l'azione in atto, per poi ritirarsi quando il flusso energetico diventa forte e auto trascinante. L'addestramento a esprimersi e svelare se stessi, mostrando la complessità della propria anima produce, ripagando lo sforzo, una sensazione di forza, coraggio e volontà nell'affrontare l'ignoto e il cambiamento. L'atteggiamento partecipe e allo stesso tempo neutrale -assenza di giudizio- del terapeuta stimola il paziente a mettersi in gioco, a immergersi nel non conosciuto dei vari personaggi con un interesse curioso e penetrante fino a provocare l'abbandono degli automatismi e l'aggancio a modalità significanti nel loro svolgersi, di cui conosce solo l'inizio perché il proseguo si sviluppa nell'esperienza. Ciò fa del teatro-terapia il regno della diversità.
Il paziente chiede di essere aiutato a cambiare ma in realtà vorrebbe rimanere sui propri binari di comportamento perché è difficile spostarsi dalle vecchie abitudini. Il terapeuta può portare trasformazione se, pur essendo in sintonia con l'altro, non si lascia trascinare dai bisogni del paziente ma resta attento e centrato su ciò che vuole, sui limiti, sulle differenze, sulle potenzialità creative. Se diventa "troppo gentile..." e confluisce nei bisogni dell'altro non avviene alcun apprendimento, e nessuna trasformazione sfiorerà l'anima del paziente che resterà piantato sulle sue convinzioni e malessere. Se invece il terapeuta, anche attraverso interventi paradossali, riuscirà a scalfire la sua compattezza monolitica a livello cognitivo - emozionale, una nuova consapevolezza potrà nascere nel suo mondo interno
La capacità di "creare" è ciò che si tenta di recuperare durante un processo terapeutico ed è l'espressione del più alto grado di salute emozionale; il terapeuta non può prevedere la natura delle forme creative e delle scelte che emergeranno, ma può lottare assieme al paziente per tentare di trovare assieme a lui nuovi significati. Un buon indizio sono i desideri istintivi del bambino che evolvendo si convertono sino a divenire le grandi passioni della vita, lasciando sempre traccia del loro originario profumo. Nel setting non sempre il dialogo è la strada migliore per iniziare, essendo la percezione sensoriale la nostra esperienza primaria, le parole trasmettono quanto il corpo già sa e conosce. Quando il paziente prova sentimenti confusi e difficili da spiegare, il linguaggio dell'arte, in realtà un linguaggio corporeo, rende più semplice la comunicazione.
Queste decisioni che danno valore e senso alla vita richiedono la capacità di usare il corpo in modo nuovo, sviluppando una sensibilità che permetta di pensare con il corpo, valorizzare l'empatia verso gli altri e l'espressione del sé come fonte di piacere e orgoglio. Se le persone fossero guidate e instradate fin da giovani a tutto questo, imparerebbero a vivere ed entrare nello sconosciuto con coraggio, necessario per l'asserzione di se stessi e per fare scelte responsabili.
La terapia gestaltica insegnata da Fritz Perls è un modo particolare di trattare le persone in sede terapeutica che ha un grandissimo potenziale di trasformazione e richiama particolarmente il metodo di formazione teatrale di Stanislavskjj. Posso affermare che mai in terapia mi sono sentita completamente fuori dal teatro, né come paziente né come terapeuta, sia in seduta individuale come in un gruppo. Lo studio della personalità e del carattere attraverso l'Enneagramma e la sua applicazione nella pratica terapeutica ha sicuramente amplificato questa tendenza e sensibilità.
Quando in un incontro individuale si focalizza l'attenzione su un disturbo relazionale, intra o extrapsichico, l'immedesimazione nei vari personaggi non è fatta solo dal paziente ma anche da me come terapeuta che, immersa nell'atmosfera emozionale dell'altro ma non dimentica delle mie reazioni personali, entro nei dialoghi incompiuti per scoprire insieme qualcosa di nuovo e interessante da utilizzare. Per esempio: ogni emozione ha una sua "faccia", seppur diversa da persona a persona, ed è interessante se l'espressione adottata dal paziente mentre parla non corrisponde a quanto sta dicendo, per cui facilmente mi trovo a fare da specchio e a drammatizzare quello che l'altro sta sentendo e non dicendo, centrando l'attenzione sull'esperienza interna più che alle parole.
All'interno di un gruppo vi sono naturalmente maggiori possibilità di lavorare con il teatro: un esercizio interessante è dividersi in coppie e raccontarsi reciprocamente i propri comportamenti ripetitivi e fissità, formulando un obiettivo di cambiamento. Dopodichè di nuovo in gruppo, ognuno presenta, drammatizzando, il proprio partner agli altri, evidenziandone le caratteristiche peculiari; poi crea il personaggio con le qualità insite nell'obiettivo di cambiamento. E' interessante per le persone vedersi con gli occhi di un altro, sia per scoprire qualcosa di nuovo di sé, sia per entrare in un processo di auto-ironia, importante per ogni trasformazione. Si elabora a livello terapeutico chiedendo poi alla persona se si è sentita vista, compresa, sorpresa...
Quando lavoro con l'Enneagramma propongo attività più articolate: gruppi di due o tre persone scrivono un copione che altri rappresenteranno in cui vi è descritto l'inizio di una storia, i protagonisti e un conflitto fra loro.
Il lavoro si svolge in tre momenti successivi: inizialmente gli attori improvvisando, sviluppano la storia, danno forma ai personaggi, elaborano il conflitto e co-costruiscono un finale; l'azione, anche se particolarmente intensa perchè stimolata dalla conflittualità e dalla ricerca della soluzione, rispecchia le fissità caratteriali di ognuno e giunge spesso a finali prevedibili, privi di realismo nel complesso insoddisfacenti.
Poi vi è il momento di elaborazione terapeutica in cui lavoro singolarmente con i singoli pazienti/attori; la storia è come sospesa e il mio tipo di intervento è paradossale e provocatorio in quanto mira a far entrare ognuno in contatto vivo con il proprio automatismo; improvvisando assieme è più facile per il paziente concedersi la libertà di entrare nell'assurdo, cogliere scenari stupefacenti e personaggi inauditi che aiutano ad entrare in profondità nei propri blocchi e lati oscuri e portano al desiderio di "rivoltare il calzino", abbandonare il conosciuto per assaporare nuove emozioni e aspirazioni.
Infine gli attori ripetono la scena forti di una rinnovata energia e lucidità che li fa agire e interagire con nuovi comportamenti e nuove sfumature emotive e li stimola a creare una storia che li riconduce a se stessi e a qualcosa di eticamente migliore per sé e per gli altri del gruppo. Ed in effetti a questo tende ogni percorso terapeutico e creativo: a divenire degli esseri umani migliori.

